Quella spilla dell’Armata Rossa

Di Diego Somaschini

Seoraksan 08/91 – a 25 km dalla Corea del Nord

Stare in mezzo a tutti quei visi gialli non era facile, la loro lingua era incomprensibile e fastidiosa, specie all’alba quando erano già “operativi”. Sebbene fossero la maggior parte, altri attirarono la mia attenzione: erano 20 circa, guardati con sospetto, poiché rimanevano sempre nella loro zona e non ci parlavano. Il mondo stava cambiando, da poco l’Unione Sovietica si era dissolta, la Guerra Fredda stava finendo. I 20 li chiamavamo “i Russi”, forse lo erano. Si diceva fossero parte della CSI (un insieme di stati del ex URSS).

Non passava molto, ti abituavi alla loro assenza; ti ricordavi di loro solo quando, al “mercato nero”, ti capitava tra le mani un rublo o una spilla dell’Armata Rossa: non sapevi per cosa quei cimeli erano stati scambiati, ma quello era il segno che anche i Russi comunicavano. Ogni mattina venivamo svegliati molto presto e ci veniva assegnato un compito; a volte ti andava bene, altre dovevi attraversare il campo e raggiungere un luogo preciso all’orario stabilito per fare qualcosa che neppure immaginavi. Il campo era vasto, te ne accorgevi quando eri costretto ad attraversarlo a piedi. Dovevi essere veloce, ci tenevano sotto controllo, avevamo al polso una sorta di braccialetto che teneva traccia di ciò che facevamo. 

Un giorno, venni mandato nei boschi che circondavano il campo. Raggiunto il luogo stabilito, mi misero in fila assieme ad altri che arrivavano da altre zone del campo. Dovevamo  tenerci in forma: ci fu ordinato di percorrere un sentiero che si rivelò ricco di ostacoli. Scavalcare muri, arrampicarci su corde, percorrere dei tronchi, strisciare all’interno di tubature e attraversare pozze d’acqua sporca, anche  immersi fino al collo. Ogni ostacolo era controllato e ti impedivano di proseguire finché non avevi eseguito bene quanto richiesto. Non ricordo quanto tempo impiegammo, ore forse, alla fine tutti erano completamente infangati e ci lavammo vestiti così come eravamo. Un dì tentammo di comunicare con il mondo esterno, non esistevano i cellulari, l’unica possibilità che avevamo era quella di costruire dei trasmettitori radio: ne realizzammo alcuni, ma ricevevano solo.

Sapevamo che non era così importante, il mondo era già lì, eravamo più di 20 mila al campo, potevi incontrare persone di tantissime nazioni, con i loro usi e costumi. Il campo era il Jamboree, avevo 15 anni e facevo parte del Reparto Giulio Cesare. E’ stata un’esperienza straordinaria che ha cambiato la mia vita.

Un giorno avvenne qualcosa di singolare: festeggiavamo l’Italian Day e, per pubblicizzare la cosa, alcuni del nostro reparto, vestiti da centurione, distribuivano dei volantini. Chi entrava nel nostro campo poteva conoscere un po’ dell’Italia e gustare la nostra pastasciutta. Arrivava gente da ogni dove, ma non i “Russi”. Uno dei nostri capi, mi disse: “Vai da loro e invitali”, così feci. Ovviamente non fu facile, il mio inglese era quello imparato a scuola, i Russi, però, erano messi peggio: da dove venivano loro l’inglese non si poteva imparare, solo il capo reparto lo conosceva un po’, per questo parlavano solo fra loro. Quando domandai perché nessuno di loro fosse venuto alla nostra festa, la risposta mi stupì: “Non abbiamo ricevuto l’invito, quello che consegnano i centurioni”. 

So che sembra strano, ma in Unione Sovietica la pubblicità “non esisteva”, avevano scambiato i volantini per degli inviti. Dopo esserci chiariti, quel capo chiamò due dei suoi e disse loro di seguirmi. Comunicavamo a gesti e in qualche modo riuscivamo a capirci: mostrai il nostro sottocampo, offrimmo loro la pastasciutta. Ad un tratto, i due inspiegabilmente, se ne andarono di corsa. Riapparvero qualche minuto dopo con altri Russi al loro seguito e ne fummo molto felici. Cominciammo a guardarci con occhi diversi, quell’occasione aveva creato un ponte che collegava i nostri due mondi cosi diversi,  tra noi era nata un’amicizia speciale.

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